
Progetto Primaluna
Riesci a sentire il mio profumo? Seguimi!
C’erano molte cose che sopravvalutavo della mia vita. Il rapporto con il mio
ragazzo, i miei interessi, le priorità riguardo al futuro. La vista della mia
anima era annebbiata, una coltre di fumo mi nascondeva il cammino. Mi attenevo
con cieca fiducia a ciò che la mente registrava, lasciando muto il cuore,
rendendolo incapace di essere un giusto consigliere. Tenevo fuori dai miei
affetti tutto ciò che non portasse il nome Andrea, potevo voler bene solo a lui
e ai miei amici, a nessun altro era permesso di unirsi. Ero un plagio, una copia
ben riuscita di Andrea. Un burattino manovrato da fili invisibili. Col senno di
poi, ho capito che ero burattina di me stessa. Se avessi detto no, se avessi
compreso l’errore, avrei ottenuto la mia libertà. Dopo aver letto un fitto
contratto, sorridendo avevo firmato la transizione con la quale cedevo ogni
diritto di proprietà della mia anima. Triste, vergognoso, ignobile, ma semplice.
A volte si è deboli e per questo la via più veloce è affidarsi agli altri, a chi
ci promette la luna e noi come pesci d’acqua dolce abbocchiamo senza timore.
Nessuna scusante, avevo permesso che ciò avvenisse consapevolmente, Andrea ha
solo colto al volo l’occasione. Nella vetrina del suo negozio delle vanità erano
esposti vari generi di trappole a trabocchetto, ma erano camuffate così bene
dietro bell’aspetto, dolcezza, comprensione, fiducia, rispetto, sani valori che
con un’unica strisciata di carta di credito avevo comprato “Uno di tutto,
grazie!”. Sempre con quel sorriso ebete in faccia. Avevo trovato la droga che
faceva al caso mio, che mi aveva creato irreversibile dipendenza. Mi sentivo
Dio, avevo amore e potenza e potevo fare ciò che volevo. Invece era lui, il mio
ragazzo, ad avere libero arbitrio sulla mia vita, sulle mie scelte, mi disse
anche quale facoltà prendere all’università. Io, dal canto mio, scodinzolavo
quando lo vedevo, abbaiavo in risposta ad ogni suo ordine, gli prendevo il
giornale e non facevo mai la pipì sul tappeto. Tutto questo è durato tre anni.
Vivendoli pensavo di aver trovato il mio paradiso, quando incontrai Manuel mi
accorsi di quanto ero stata abile nel costruire un perfetto limbo in cui un
momento era amore un momento dopo odio puro.
Ero uscita, aspettavo un’amica in centro, appoggiata ad un muro mi ero accesa
una sigaretta. Una Black Devil al cioccolato, la mia preferita. Me la gustavo
senza fretta, aspirando fumo e sapor di cioccolato, guardavo distratta i
passanti. Mentre col tacco dei miei stivaletti viola spegnevo la sigaretta, un
passante ebbe da commentare.
-A giudicare da quest’odore qualcuno ha appena spento una sigaretta al
cioccolato. Io preferisco quelle alla menta, anche se generalmente non fumo-
Alzai lo sguardo verso quella voce basa e sensuale. Un metro e ottanta, fisico
atletico, biondo, portava degli occhiali scuri che non mi permettevano di vedere
il colore dei suoi occhi.
-Sì e allora?-
-Me ne offriresti una?-
Porgendogliela notai che andava a tentoni.
-Perché non la prendi?- domandai preoccupata.
-Semplicemente perché non vedo-
Mi si smorzò il respiro, cercando la sua mano però gli porsi la sigaretta. Se la
portò alle labbra, gliel’accesi. Diede un tiro, poi un altro. Io restai a
guardarlo incantata. Scuotendomi dal torpore chiesi perché andava in giro senza
un cane o un bastone.
-Sono giovane, ma cieco dalla nascita. Per questo motivo gli altri sensi si sono
sviluppati molto, compensando la mancanza della vista. Tra qualche anno magari
prenderò un cane, per ora sto bene così-
-Ti andrebbe di andare a prendere un caffé insieme?-
-Prima permettimi di fare una cosa, voglio sentire quanto sei bella-
Gli presi le mani e le poggiai sul mio viso. Erano lisce e dolci mentre studiava
ogni particolare del mio viso. Le passò anche tra i capelli, giocando con i miei
ricci. La sensazione delle sue mani sulla mia pelle mi fece sentire di nuovo
viva e padrona della mia vita, persino il mio cuore aveva ripreso a battere.
Desideravo passare del tempo con lui, non il semplice intervallo di un caffé.
Mandai un messaggio alla mia amica dicendole che avevo avuto un contrattempo e
avremmo rimandato la nostra uscita ad un altro giorno.
-Allora ce lo prendiamo questo caffé? O temi che il tuo ragazzo possa essere
geloso?-
Bum, un colpo al cuore.
-Cosa ti fa supporre che io abbia un ragazzo?-
-Non hai appena inviato un messaggio?-
-Sì, ad una mia amica. Io sono single-
Ecco la prima bugia. In quel momento pensavo che se avessi detto la verità lui
se ne sarebbe andato.
-Suvvia, una bella ragazza come te, single?-
-Magari ho avuto delle delusioni o mi sono lasciata da poco. Oppure ti sto
mentendo e in realtà un ragazzo ce l’ho-
Rimase in silenzio, allora lo presi sottobraccio e ci incamminammo. Stava
riflettendo, lo si leggeva dalla piega che il viso aveva assunto.
A metà strada sentenziò: -Mentire non paga. Se l’hai fatto posso comprenderti
pur non avendo ben chiaro il fine ultimo di una menzogna. Dunque, sei fidanzata
o no?-
-Se dicessi di sì cambierebbe forse qualcosa?-
-No, credo di no-
-Allora non c’è bisogno che tu sappia se lo sono o meno. Su entriamo-
Eravamo arrivati davanti il cafè e non mi andava di parlare del mio ragazzo,
volevo conoscere meglio lui piuttosto. Ordinammo due cappuccini al ginseng,
quando lui si tolse gli occhiali. Io non avevo mai visto un cieco prima, per
questo restai stupita trovandomi a guardare due pupille grigie. Mi trasmettevano
come un vuoto che andava a scontrarsi con la ventata di brio che quel ragazzo
portava con sé.
-Scusa ma tu cosa fai nella vita?- chiesi sorseggiando il cappuccino.
-Io? Bè vedi, avendo tempo libero a volontà e una spiccata capacità
descrittivo-narrativa scrivo. Ho già pubblicato due libri, ora sto scrivendo il
terzo. Tu invece?-
-Io studio economia all’università. In realtà mi sarebbe piaciuto fare
architettura, poi per diverse cause mi sono iscritta ad economia. Buffo vero?
Due facoltà opposte-
-Più che buffo io lo definirei forzato. Secondo me avresti dovuto seguire i tuoi
reali interessi. Si hanno maggiori soddisfazioni nel fare ciò che piace-
La sua sensibilità non lasciava spazi per ribattere. Aveva ragione, lo sapevo, e
per questo maledicevo Andrea e la sua stupidità.
-Posso farti una domanda che mi incuriosisce?-
-Chiedi pure, sono abituato a domande sulla mia cecità-
-Non sentirti un caso di studio però! Mi chiedevo cosa faresti se ti fosse
concesso di poter vedere, di riavere la vista, accetteresti o saresti tentato di
rifiutare?-
-è una bella domanda. Io ho una mia idea di com’è fatto il mondo e dei colori,
delle forme. Toccando una persona e sentendone la voce me la figuro mentalmente.
Non so se tutto è esattamente come io lo immagino o completamente diverso. C’è
il rischio che avendo la vista e potendo constatare la realtà delle cose ne
rimanga deluso. D’altro canto può darsi che il mondo è molto più bello dell’idea
che ne ho. È difficile poter scegliere, se mi si presentasse l’occasione ci
rifletterò a lungo-
-Sai penso che sarebbe bello farti provare l’emozione di un’alba in riva al
mare, o il sorriso di un bambino. Sono piccole cose, ma non vorrei mai
rinunciarvi-
Per la prima volta dopo tanto tempo, lontana da Andrea, riscoprivo il mio lato
romantico.
-Come parli bene…-
-Maria, io sono Maria-
-Io Manuel. Dicevo, parli bene. Saresti però in grado di descrivere un’alba?-
-Posso provarci. Voglio creare una bella scena. Immagina di aver dormito in
spiaggia, dopo una serata trascorsa a raccontare storie e mangiare arrosticini
con gli amici davanti ad un falò. Sono più o meno le cinque del mattino, si
sente il freddo delle mattine estive e il salmastro odore del mare. Il mare è
calmo, il cielo senza nuvole è di un celeste tenue, delicato. All’orizzonte, il
sole timidamente fa capolino sullo specchio d’acqua. Sul mare vedi la luce
rossastra del sole che si riflette, prima è un piccolo riflesso, man mano che il
sole sorge si fa sempre più grande, alto nel cielo. Un leggero vento fa
increspare la superficie dell’acqua, l’immagine si fa tremolante. Durante questo
spettacolo naturale una lacrima è scesa lungo la tua guancia. Sorridendo ti
volti verso un tuo amico, vedi che l’alba ha avuto lo stesso effetto anche su di
lui. Anche se per poco, hai raggiunto la serenità-
Dopo aver detto questo sentii che Manuel mi asciugava una lacrima,
inavvertitamente lasciata cadere durante la descrizione. È incredibile come dal
solo incresparsi del tono di voce questo ragazzo sia stato in grado di capire
cos’era successo. La purezza del suo animo è qualcosa di inconcepibile
rapportato alla nostra società.
-Se davvero un’alba è come tu la descrivi, prego Dio affinché mi conceda la
vista. Due sole cose i miei occhi vogliono vedere: te e il cielo. Tutto perde di
significato se non c’è la tua voce a trasformare la realtà in emozione. Ti
conosco da poco Maria, ma è come se già sapessi ogni cosa di te-
Abbozzai un sorriso che lui non poteva vedere. Forse per lui, quello che diceva,
erano solo parole scambiate in un cafè di provincia, ma per me rappresentavano
sentimenti lasciati da troppo tempo nell’oblio. Quella conversazione, parentesi
spensierata di un destino difficile, andò avanti per un’ora, poi per un’altra.
Alla fine, a malincuore dovetti salutarlo, con la promessa di vederci
l’indomani. In quelle due ore squilli e messaggi di Andrea si erano susseguiti
senza sosta, ciechi di rabbia e di gelosia. Non volevo litigare con lui
rovinando una bella giornata, presi la macchina e andai da Andrea. Mi aspettava
in soggiorno, seduto al tavolo fumava nervosamente. Uno sguardo al posacenere e
notai una pila di cicche, alcune delle quali ancora fumanti. Neanche il tempo di
salutarlo che sciaff!, uno schiaffo colpì la mia guancia. Calore e rossore
arrivarono in contemporanea, l’orgoglio era ferito già da tempo. Non era la
prima volta che alzava le mani su di me, ormai ogni volta che disubbidivo e non
sottostavo alle regole era questa la punizione che mi spettava. Così arrivò
anche l’abitudine, la routine di ricevere uno schiaffo se qualcosa non andava.
Avevo accettato anche questo, mi ero detta che era parte del suo carattere e non
avrei potuto cambiarlo.
-Dove sei stata?-
Il suo alito puzzava d’alcol.
-Come dove sono stata?! Lo sai benissimo, sono uscita con Laura-
-Bugiarda! L’ho chiamata e non era con te-
Uno scatto e la sua mano stringeva i miei capelli.
-Ti giuro che non volevo raccontarti una bugia. Lasciami, lasciami ti prego! Ti
dirò dove sono stata-
Mollò la presa, il dolore ci mise un po’ a passare.
-Ebbene, sono stata al cimitero. Volevo portare dei fiori a mia madre-
Alzandosi mi abbracciò, mi strinse a sé, mi asciugo le lacrime.
-Scusami amore, io…non sapevo, non avevo immaginato-
Finiva sempre allo stesso modo. Lui che chiedeva scusa e io che lo perdonavo.
Solo che, in questo caso, l’equilibrio si era rotto. Grazie a Manuel avevo
compreso quanti errori stavo commettendo. Gli dissi che era tutto apposto,
mentre dentro me prendeva forma un disegno di vendetta. Ne avrei discusso con
Manuel, avremmo messo in atto insieme gli ingranaggi della mia mente umana,
sfruttando vizi e virtù, dovevo solo attendere un nuovo giorno. Ma in quell’oggi
confuso e disordinato mi toccò avere un rapporto con Andrea. Dovevo fingere che
tutto andasse bene, che non ci fossero problemi, dovevo assecondare le sue
voglie. Preso dal suo piacere non si accorgeva che la mia mente era altrove,
nello studio di quel ragazzo cieco ad osservarlo assorta mentre intesse una
fitta trama di vicende. Quando finì, soddisfatto e pago, se un pittore ci avesse
voluto dipingere, la scena sarebbe stata questa: io, con viso triste e turbato
insieme, coperta fino al seno da un lenzuolo rosso, allungata in un letto sfatto
nel quale, all’apparenza, due amanti si sono appena uniti; lui in slip, in piedi
sulla terrazza, che fuma una Chesterfield di spalle alla stanza, i muscoli ben
tirati, una cicatrice sulla schiena. Avrebbe incorniciato questo quadretto con
un alone di fumo e mistero, lasciando all’osservatore di decidere se quella
ragazza e l’uomo di spalle sono fidanzati, o lei è una puttana ad ore e lui un
uomo sposato che tradisce la moglie. Andrea tornò da me, poggiò le sue labbra
sulle mie e con aria spavalda disse: -Ti amo-. Mai una dichiarazione alle mie
orecchie suonò più falsa, l’amore è umile, l’arroganza piena di sé. Al che io
con la stessa falsità risposi: -Ti amo ogni giorno di più tesoro mio-.
Un incontro casuale, frutto di un residuo odore di fumo, aveva mosso in me
ingranaggi nuovi, mi aveva aperto gli occhi alla realtà effettuale delle cose.
Non era l’aria di novità ad animarmi, bensì il suo carattere, il suo
atteggiamento sereno nei confronti del mondo, il suo vivere la cecità come un
dono, tutto di quel ragazzo mi piaceva. Salutai Andrea con la scusa di studio
arretrato da recuperare, tornai a casa e mi stesi sul divano ascoltando leggera
musica in sottofondo. Le mie coinquiline erano fuori e nella casa si respirava
aria di relax. Riflettei se era il caso di continuare a stare con Andrea, ora
che avevo compreso che con lui non stavo bene, ora che nella mia vita si apriva
un nuovo spiraglio di luce. Certo, lasciavo il certo per l’incerto, ma nulla
toglieva che con Manuel avrei potuto vivere una favola. Con lui la storia si
sarebbe basata sulle emozioni, sui sentimenti, non su una gonna corta o una
maglia scollata. La parola d’ordine sarebbe stata libertà, con tutte le sue
sfumature, e poi si sarebbero unite altre emozioni. Fu così che quella notte mi
addormentai: pensando a Manuel.
Al mattino mi svegliai di buon’ora, il cuore in subbuglio come un’adolescente.
Mi preparai con dedizione, anche se Manuel non poteva vedere com’ero volevo
essere bella per lui. Quando arrivai all’appuntamento mi fu impossibile
trattenere un sorriso nel vederlo, aveva in mano un enorme mazzo di girasoli.
Corsi verso di lui abbracciandolo, risate gioiose colorarono quella mattina
d’inverno.
-Buon giorno principessina. Questi fiori sono per te-
-Buon giorno a te mio caro! Grazie, sono bellissimi-
Presi i fiori che mi porgeva. Quel pensiero mi fece capire che le mie
supposizioni erano esatte. Se avessi trovato abbastanza coraggio per lasciare
Andrea, un futuro migliore si sarebbe prospettato con Manuel.
-Manuel, ma tu sei fidanzato?-
-E chi vuoi che si metta con o ami uno come me?-
-Secondo me ti sottovaluti. Hai un carattere splendido tu, ti manca solo la
vista perché per il resto sei davvero fantastico-
-Mi lusinghi. Ora però mi dici se tu hai un ragazzo?-
-Vieni, andiamo a sederci da qualche parte. Ne parliamo con calma-
I fiori in una mano, quella di Manuel nell’altra, camminammo fino ad una delle
panchine che costeggiano il lago. Ci sedemmo sempre tenendoci per mano. Quel
contatto mi dava brividi lungo tutto il corpo, stavo vivendo un nuovo
innamoramento.
-Da dove cominciare…sì, ho un ragazzo. Però c’è un problema, tra noi non c’è
amore, forse affetto. Fatto sta che lui mi picchia, mi da ordini e usa il mio
corpo per il mero gusto di procurarsi piacere. Fino a ieri, cioè finché non ho
incontrato te, tutto questo mi stava bene, non lo vedevo come un problema. Dopo
il nostro incontro, dopo aver ascoltato le tue parole, il battito della tua
anima ha compreso quanto stavo errando. Scusami se ieri ti ho mentito, temevo
che con la verità ti avrei perso ancora prima di averti. Puoi scusarmi vero?
-Certo che ti scuso. È normale avere paura ogni tanto. Però mi chiedo come hai
potuto permettere che ti picchiasse, che non ti rispettasse. Avvicinati-
Timorosa mi avvicinai. Mi lasciò la mano per poggiarla sul mento. Guardavo i
suoi occhi vuoti ma era come se all’interno vi potessi vedere la scena che stava
per svolgersi. Intorno c’era silenzio, il rumore dei nostri respiri era
amplificato dal battito dei cuori. I nostri visi si stavano avvicinando con
calma incredibile, non avevamo fretta di vivere quell’esperienza. Poi, le nostre
labbra furono a contatto, le nostre anime si fondevano. Piano, lentamente, ci fu
il nostro primo bacio. Ma entrambi desiderosi della labbra dell’altro aumentammo
il ritmo, intrecciammo le lingue, ci baciammo con passionalità. Quel bacio mi
lasciò un sapore nuovo che volli risentire ancora, ancora e ancora. Risate
cristalline denotavano la nostra felicità.
-Con il tuo ragazzo, cos’hai intenzione di fare?-
-Lo lascio. Non può andare avanti la nostra storia, ora c’è qualcuno che conta
maggiormente nella mia vita-
Un altro bacio.
-Ora lui dov’è?-
-Senza dubbio a casa a fumare-
-Andiamo da lui-
-Cosa?-
-Sì, andiamo da lui. Ci parlo io. Non credo vorrà picchiare un cieco-
Andammo dal mio ragazzo. Ci fece entrare, sembrava leggermente irritato.
-Cosa volete?-
-Andrea calmo, vogliamo solo parlarti-
-Argomento?-
-Vorrei parlarti della tua ragazza-
-Hai detto bene mia, ti consiglio di lasciarla in pace-
Sbatté un pugno sul tavolo.
-Lei non è un oggetto. Porta rispetto-
-Chi sei tu per decidere cosa è giusto e cosa no?-
-Per esempio un ragazzo che tiene a Maria-
-Bè allora? Ditemi e poi uscite da casa mia!-
A quel punto ritenni necessario intervenire.
-Senti Andrea, noi non stiamo più bene insieme. È ora di finirla tra noi-
Si lasciò cadere su una sedia. Non reagì in maniera violenta come avevo
presupposto, si versò da bere. Non disse nulla, noi ce ne andammo.
-In fondo, ha reagito meglio di come ci aspettavamo!- esultò Manuel.
-Sì, ti avevo detto che tra noi non c’era più amore- risposi accarezzandogli il
viso. Un altro appassionato bacio. Poi quella domanda sussurrata all’orecchio:
-Andiamo da te o da me?-. lo portai a casa mia, dove tra lenzuola arancioni mi
donai completamente a Manuel. Fu un’esperienza bellissima, basata solo sul tatto
e l’olfatto. Non era la solita gara sportiva che facevo con Andrea, era tutto
incentrato su mani e naso e bocca ed era meraviglioso. Ad oggi, sono cinque mesi
che io e Manuel stiamo insieme. Abbiamo scoperto l’amore vero, quello senza
pregiudizi e paure. E io ho imparato che non conta solo l’apparenza ma è
importante ciò che una persona ha dentro.
Lorena Bellano